LA TRADIZIONE APOSTOLICA È SUPERATA?

[APOSTOLIC TRADITION — OBSOLETE?]

by Steve Atkerson

 

Supponete che una congregazione del I sec., appena formatasi ad Alessandria d’Egitto, scriva una lettera ai dodici apostoli di Gerusalemme. Immaginate che questa chiesa, composta da credenti giudei, abbia conosciuto il Vangelo durante una visita a Gerusalemme. Supponete adesso che, ritornati in patria, in Egitto, essi non sappiano come comportarsi da corpo di credenti del Nuovo Patto. Ecco perché nella loro lettera c’è una serie di domande relative alla vita ecclesiale:

Cari Apostoli…
Come mai ci riuniamo come popolo di Gesù?
Che cosa dovremmo fare nelle nostre riunioni ecclesiali?
Con quale frequenza dovremmo riunirci?
Ha importanza dove ci riuniamo?
Dovremmo costruire un tempio, come a Gerusalemme, o per lo meno una sinagoga?
Che tipo di governo della chiesa dovremmo avere?
Che cosa dovremmo ricercare nei conduttori della chiesa?
Abbiamo davvero bisogno di conduttori?
Qual è lo scopo della Cena del Signore?
Con quale frequenza dovremmo consumarla? (Annualmente, come la Pasqua?)
Dovremmo consumare la Cena del Signore come un vero pasto o come un rituale simbolico?

Come supponete che risponderebbero i Dodici? Scriverebbero che ogni chiesa è libera di fare qualunque cosa voglia? Che ogni comunità debba pregare indipendentemente e seguire la guida dello Spirito Santo? Che ogni congregazione debba essere unica e diversa, libera dall’influenza apostolica? Oppure, al contrario, potrebbero rispondere con istruzioni assai specifiche per la vita ecclesiale? Con un modo particolare di fare le cose? Con un programma ben definito? Con degli orientamenti inequivocabili per la congregazione?

Questo stesso problema è stato affrontato dai credenti degli ultimi duemila anni. In che modo, esattamente, la chiesa di oggi dovrebbe considerare i modelli neotestamentari della pratica ecclesiale? Superati? Per quanto ci riguarda, la pratica della chiesa primitiva è semplicemente facoltativa oppure è obbligatoria? Le tradizioni degli apostoli sono solo storia interessante o dovrebbero costituire una sorta di pratica ecclesiale normativa?

Il problema della chiesa è aggravato dal fatto che il Nuovo Testamento non ha quasi nulla da dire a mo’ di comando diretto rispetto alle questioni ecclesiali. Di conseguenza, è comune che i credenti accantonino i modelli neotestamentari per la pratica ecclesiale come se fossero facoltativi. Fee e Stuart, in How To Read The Bible For All Its Worth [Come leggere la Bibbia mettendocela tutta], affermano: “Noi, insieme con tanti altri, partiamo dall’assunto che a meno che la Scrittura non ci dica esplicitamente di fare qualcosa, quanto viene semplicemente narrato o descritto non può mai fungere da norma” . Nessuno, ad esempio, incoraggerebbe a seguire il tragico esempio di Iefte in Giudici 11:29ss. Il problema, per noi, è se la Scrittura ci dica o meno di dover riprodurre i modelli di pratica ecclesiale descritti nel Nuovo Testamento.

Supponete di accettare la nozione secondo cui i modelli ecclesiali del Nuovo Testamento non siano normativi. A cosa potrebbe portarci tutto questo?

  1. Potremmo costruire delle cattedrali enormi e opulente.
  2. Potremmo incontrarci di martedì anziché nel primo giorno della settimana, il Giorno del Signore.
  3. Potremmo riunirci mensilmente anziché settimanalmente.
  4. Potremmo scegliere di non avere alcun conduttore (pastore, anziano o diacono), giacché nella Scrittura non ci viene mai comandato direttamente di averne.
  5. Potremmo non avere alcuna forma di governo della chiesa, visto che nella Scrittura non ne viene comandata espressamente alcuna. Ognuno può fare quello che gli pare meglio in ottemperanza a Giudici 21:25.
  6. La Cena del Signore potrebbe essere celebrata ogni dieci anni (così da non diventare troppo abituale, perdendo di significato).
  7. Poiché il Nuovo Testamento non lo proibisce specificamente, potremmo ingrossare le file dei nostri membri battezzando i neonati, e forse anche i morti (1 Cor 15:29).
  8. I nuovi credenti potrebbero essere organizzati in libere confederazioni di studi biblici, non in chiese ufficiali, visto che il Nuovo Testamento non dice mai che dobbiamo formare delle chiese.

Ovviamente, questa chiesa ipotetica sarebbe davvero assurda. Eppure, si può affermare che non violerebbe alcun comando esplicito della Scrittura. Ciò che mancherebbe sarebbe quanto meno una parziale osservanza delle tradizioni neotestamentarie di pratica ecclesiale. La maggior parte delle chiese segue, in verità, alcuni modelli neotestamentari. Ma noi ci chiediamo: perché non seguirli tutti?

Questo libro sostiene la tesi della coerenza. Noi crediamo che gli apostoli avessero un modo definito e assai particolare in cui organizzarono le chiese. Siamo convinti che essi volessero che tutte le congregazioni seguissero le stesse tradizioni apostoliche, fino a quando fosse esistita la chiesa.

Ci sono certi princìpi fondamentali su cui si concentrano tutte le vere chiese, indipendentemente dal fatto che si tratti di Metodisti, Presbiteriani, Battisti, Pentecostali, Anglicani o altro. Questi princìpi fondamentali comprendono il fare discepoli (Mt 28:18-20), la maturazione e il perfezionamento dei santi (Ef 4:11-16), la promozione della supremazia dell’amore mediante l’esercizio dei doni spirituali (1 Cor 11-14) e la celebrazione della Cena del Signore (1 Cor 11). La nostra tesi è che gli apostoli conoscessero il miglior contesto in cui raggiungere tali obiettivi, e che ce ne lasciarono intenzionalmente un modello nelle chiese che istituirono.

 

ATTENERSI ALLE TRADIZIONI APOSTOLICHE È LOGICO

In 1 Corinzi 4:16-17 leggiamo che Paolo programmò di mandare Timoteo a Corinto, il quale avrebbe dovuto ricordare ai Corinzi lo stile di vita di Paolo affinché essi potessero imitarlo. Il contesto immediato riguarda la fedeltà di Paolo nel servizio e la sua umiltà come apostolo. Per questo Paolo scrisse: “Vi esorto dunque: siate miei imitatori. Appunto per questo vi ho mandato Timoteo, che è mio caro e fedele figlio nel Signore; egli vi ricorderà come io mi comporto in Cristo Gesù, e come insegno dappertutto, in ogni chiesa”.

Notate l’uniformità della pratica riflessa nelle parole di Paolo. Il suo modo di vivere in Cristo era coerente con quanto egli insegnava ovunque in ogni chiesa. C’era integrità. C’erano delle tradizioni comportamentali che derivavano dagli insegnamenti di Paolo. La sua fede determinava il suo comportamento. La sua dottrina determinava il suo ministero in modo naturale. Similmente, ciò che gli apostoli credevano sulla funzione della chiesa influiva sicuramente sul modo in cui essi organizzavano le chiese (la forma segue la funzione). Sebbene il significato immediato di 1 Corinzi 4 sia ben lungi dalla pratica ecclesiale, anche imitare i comportamenti degli apostoli riguardo alla vita ecclesiale sembra essere una scelta saggia per qualunque comunità.

Se c’era qualcuno che comprendeva davvero lo scopo della chiesa, si trattava certamente degli apostoli originari. Essi furono scelti e addestrati personalmente da Gesù per tre anni. Dopo la Sua risurrezione, nostro Signore apparve loro per un periodo di quaranta giorni (At 1:3). Infine, Gesù mandò lo Spirito Santo a insegnare loro le cose che Egli non aveva insegnate prima (Gv 14-16). Pertanto, qualunque cosa Gesù avesse insegnato ai Suoi apostoli riguardo alla chiesa, questa ebbe a riflettersi naturalmente nel modo in cui essi, successivamente, istituirono e organizzarono le chiese.

In Tito 1:5, un passo che tratta direttamente della pratica ecclesiale, Paolo scrisse: “Per questa ragione ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine nelle cose che rimangono da fare”. Tito 1 riguarda la designazione di anziani qualificati in ogni città. Risulta evidente da questo passo che gli apostoli avessero davvero un modo ben preciso in cui volevano che andassero fatte certe cose riguardo alla chiesa. Non era lasciata alla discrezione di ogni singola assemblea la possibilità di escogitare il proprio modo di fare le cose. C’era sicuramente un qualche tipo di ordine, di modello o di tradizione che veniva seguito nell’organizzare le chiese. Similmente, in 1 Corinzi 11:34 (un passo sulla pratica della Cena del Signore, un altro argomento di vita ecclesiale), Paolo scrisse: “Quanto alle altre cose, le regolerò quando verrò” (mio il corsivo).

J. L. Dagg, un teologo battista del Sud, scrisse sagacemente nel 1858 che gli apostoli “ci hanno insegnato con l’esempio in che modo organizzare e governare le chiese. Noi non abbiamo alcun diritto di respingere le loro istruzioni, insistendo capziosamente che siamo vincolati solo dai comandi espliciti. Anziché scegliere di percorrere un cammino di nostra invenzione, dovremmo compiacerci di seguire le orme di quei santi uomini da cui abbiamo ricevuto la parola della vita. […] Il rispetto per lo Spirito da cui essi furono guidati dovrebbe indurci a preferire i loro modelli di organizzazione e governo rispetto a cosa potrebbe suggerire la nostra inferiore saggezza” .

 

ATTENERSI ALLE TRADIZIONI APOSTOLICHE È LODEVOLE

In 1 Corinzi 10:31-11:1 Paolo esortò di nuovo i Corinzi dicendo: “Siate miei imitatori, come anch’io lo sono di Cristo”. Il contesto immediato riguarda la ricerca del bene degli altri in modo da glorificare Dio e da portarli alla salvezza (10:31–11:1). L’espressione “siate miei imitatori” (1 Cor 11:1) deriva dal termine mim?tês, che sta alla base di “mimo”. Paolo voleva che i credenti corinzi lo imitassero a tale riguardo. A quanto sembra, essi stavano riuscendo a imitarlo anche in altre cose, visto che Paolo affermò al versetto successivo: “Vi lodo poi perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse” (11:2, CEI).

Che cos’è una tradizione? Il termine greco regolarmente usato per “insegnamento” è didaskalía (che sta alla base di “didattica”), però è significativo che non si tratti della parola usata qui. Invece, viene utilizzata parádosis (tradizione). Gordon Fee ha fatto notare che sebbene la parola greca per indicare la tradizione, parádosis, fosse un termine tecnico nel giudaismo per alludere alla trasmissione orale dell’insegnamento religioso, in questo contesto non si riferisce quasi certamente all’insegnamento, quanto piuttosto alle tradizioni religiose relative al culto . Di solito con tradizione s’intende un’abitudine o un certo modo di fare le cose. È un modello di pensiero o d’azione che viene tramandato. Una definizione popolare potrebbe essere questa: “Le cose che fa regolarmente la gente”. Questo stesso termine greco (nella forma verbale) è usato in I Corinzi 11:23 riguardo alla pratica della Cena del Signore (che fu trasmessa). Il punto essenziale di una tradizione è che si tratta di qualcosa (di solito una pratica, come la Cena de Signore) che viene tramandato. Qui, in I Corinzi 11, vediamo un apostolo che loda una chiesa perché essa si attiene alle sue tradizioni.

Considerate l’espressione “ogni cosa” così come la usò Paolo in 1 Corinzi 11:2. Significa “tutto ciò che esiste” o, per lo meno, “tutto ciò che riguarda l’argomento”. Quando Paolo scrisse “ogni cosa” (1 Cor 11:2), quali argomenti aveva in mente? Il suo impiego dell’espressione “ogni cosa” suggerisce certamente che l’applicazione voluta fosse maggiore della semplice esortazione che si trova in 1 Corinzi 10:31-11:1 (l’evangelizzazione). È probabile che “ogni cosa” comprendesse anche l’ordine ecclesiale? Certamente. La lode di Paolo in 11:2 segnala l’inizio di un nuovo argomento: quello del “capo coperto” (11:3-16). Questo nuovo soggetto ricade chiaramente nell’àmbito della pratica ecclesiale. (Non rientra negli intenti di questo capitolo affrontare la corretta applicazione di questo passo sul “capo coperto”, ma qualunque cosa fosse appropriata per la chiesa di allora lo è ancora per noi, oggi).

Che cosa indica la parola “come” (11:2) rispetto all’estensione della loro conformazione alle tradizioni di Paolo? Che essi osservavano ogni iota, come se si trattasse di un “effetto fotocopia”! Non erano “volenti o nolenti” a riguardo. Paolo li lodò perché essi si attenevano alle sue tradizioni esattamente come egli le aveva loro tramandate. Evidentemente, gli apostoli si proposero che le chiese imitassero precisamente almeno alcune tradizioni che essi avevano stabilite (qui si tratta del “capo coperto”). Eppure, il termine “tradizioni” (11:2) è al plurale. A quanto sembra, Paolo aveva in mente qualcosa di più di quell’unica tradizione sul “capo coperto” . Dovremmo limitare la nostra osservanza soltanto a quest’unica tradizione, oppure dovremmo seguire tutti i modelli di organizzazione ecclesiale che si possono riscontrare nelle pagine del Nuovo Testamento?

La legislazione mosaica era di natura paradigmatica. Era giurisprudenza fatta con gli esempi. Mosè riportò solo pochi esempi legali dal valore emblematico. Ci si aspettava che il credente applicasse quei casi specifici alle altre aree della vita non espressamente menzionate. Ad esempio, non bisognava mietere fino ai margini del campo per lasciar raccogliere al povero e allo straniero ciò che restava da spigolare. Non si diceva nulla degli oliveti. Questo significava, forse, che solo i coltivatori di grano fossero obbligati a sfamare i poveri, mentre i coltivatori di olive potevano raccogliere fino all’ultima oliva? Certamente no. Ogni coltivatore, a prescindere dalle piante coltivate, doveva lasciare una simile porzione del proprio raccolto per venire incontro ai bisogni dei poveri. Similmente, noi crediamo che l’osservanza della tradizione apostolica sia di natura paradigmatica. Se osserviamo che gli apostoli erano contenti quando le chiese seguivano delle tradizioni specifiche (come quella riguardo al “capo coperto”), allora ci si aspetta da noi che applichiamo quell’esempio agli altri modelli che vediamo messi in atto dagli apostoli nell’istituire le chiese.

Si può notare un interessante paradosso relativo alla tradizione. La stessa parola (parádosis) usata da Paolo in 1 Corinzi 11:2 fu impiegata anche da Gesù in Matteo 15:1-3, quando Egli disse ai farisei: “E voi, perché trasgredite il comandamento di Dio a motivo della vostra tradizione?”. Gesù maledì la tradizione dei farisei, mentre Paolo benedì i Corinzi perché essi seguivano le tradizioni di un apostolo. La tradizione farisaica trasgrediva il comandamento di Dio. Invece, la tradizione apostolica è coerente con i comandamenti di Gesù. Pertanto, attenersi alle tradizioni degli apostoli è lodevole, così come dimostra la lode di Paolo rivolta ai Corinzi (11:2). Dobbiamo stare attenti a non sviluppare le nostre tradizioni ecclesiali che potrebbero, di fatto, inibire la nostra capacità di ubbidire ai comandamenti del Signore.

 

ATTENERSI ALLE TRADIZIONI APOSTOLICHE DEV’ESSERE UNIVERSALE

Paolo placò le persone inclini ai litigi rispetto al tema del “capo coperto” facendo appello alla pratica universale di tutte le altre chiese: “Se poi a qualcuno piace essere litigioso, noi non abbiamo tale abitudine; e neppure le chiese di Dio” (1 Cor 11:16). Quest’ultima affermazione mirava a persuadere i litigiosi e a decidere la controversia. Il punto è che Paolo si aspettava che tutte le chiese stessero facendo la stessa cosa. Il solo fatto di scoprire che una chiesa agiva diversamente costituiva un’argomentazione sufficiente per mettere a tacere l’opposizione. Ovviamente, in precedenza erano state messe in risalto certe pratiche che si supponeva che fossero seguite allo stesso modo, ovunque. Pertanto, 1 Corinzi 11:16 indica un’uniformità di pratica in tutte le chiese del Nuovo Testamento.

In 1 Corinzi 14:33b-34 (un altro passo sulla pratica ecclesiale) Paolo menzionò qualcos’altro che doveva essere ritenuto universalmente valido: “Come si fa in tutte le chiese dei santi, le donne tacciano nelle assemblee” (mio il corsivo). A prescindere dalla corretta applicazione di questo versetto, notate come Paolo, come base per l’ubbidienza, faccia nuovamente appello a un modello universale esistente in tutte le chiese.

Infine, notate come Paolo rimproverò i Corinzi in 1 Corinzi 14:36: “La parola di Dio è forse proceduta da voi? O è forse pervenuta a voi soli?”. La risposta ovvia a entrambe le domande è no. Ciò indica ulteriormente un’uniformità di pratica fra le chiese del Nuovo Testamento. I Corinzi erano tentati di fare qualcosa di diverso da quello che stavano facendo tutte le altre chiese. Evidentemente, ci si aspettava che tutte le chiese seguissero gli stessi modelli nelle loro riunioni ecclesiali. Queste due domande avevano lo scopo di mantenere i Corinzi allineati alla pratica di tutte le altre chiese. Nel I sec., attenersi alle tradizioni apostoliche (ai modelli ecclesiali del Nuovo Testamento) doveva essere universale, e noi crediamo che lo sia anche oggi.

Ne La normale vita di chiesa, il credente cinese Watchman Nee scrisse: “Dio non dà ordini espliciti per ogni riguardo; ha anche introdotto una determinata pratica nella chiesa, in modo che quelli che arrivino più tardi, possano riconoscere la sua volontà attraverso il modello. […] Anche se oggi ci troviamo in una situazione completamente diversa, la via e la volontà di Dio corrisponde in principio a ciò che ci mostrano gli Atti. Gli Atti sono per così dire la genesi della storia della chiesa. Nell’opera dello Spirito Santo l’epoca di Paolo e delle prime chiese corrisponde a quella della Genesi. […] Se vogliamo capire il desiderio del cuore di Dio dobbiamo ritornare alle istruzioni della ‘genesi’” .

 

ATTENERSI ALLE TRADIZIONI APOSTOLICHE RECA LA PRESENZA PACIFICATRICE DI DIO

“Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi. La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4:4-7). Il punto principale di Filippesi 4:4-7 è che rallegrandoci nel Signore possiamo ottenere la pace di Dio, a prescindere dalle circostanze.

Nel paragrafo successivo (Fil 4:8-9), alla chiesa di Filippi fu data la ricetta per avere il Dio della Pace con loro. Per estensione, questo può valere anche per le nostre chiese. Paolo scrisse: “Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi”.

Ai Filippesi fu insegnato a mettere in pratica tutte le cose che avevano imparate, ricevute, udite da Paolo o viste in lui (Fil 4:9). In questo contesto, l’applicazione principale riguardava l’imitazione dell’umiltà di Cristo, il mettere prima gli altri e il rallegrarsi nel Signore. Per estensione, non era possibile che l’espressione “tutte le cose” comprendesse anche il modo in cui, nel Nuovo Testamento, vediamo che Paolo organizzava le chiese? Risulta chiaro dalla Scrittura in che modo gli apostoli costituirono la chiesa primitiva. Sottrarsi alla tradizione apostolica in questo campo potrebbe portare anche a sottrarsi ad alcune benedizioni di Dio. È possibile che quelle comunità che seguivano anche la pratica ecclesiale dell’apostolo riuscissero a godere di una maggiore presenza pacificatrice di Dio?

 

ATTENERSI ALLE TRADIZIONI APOSTOLICHE È COMANDATO

In 2 Tessalonicesi 2:15 la chiesa tessalonicese venne istruita con queste parole: “State saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese così dalla nostra parola come dalla nostra lettera” (CEI). In questo contesto, ai Tessalonicesi viene espressamente comandato di attenersi alle tradizioni degli apostoli, ricevute sia oralmente sia per iscritto. Oggi i Dodici non sono qui per dirci di persona, a viva voce, cosa fare. Tuttavia, noi abbiamo delle lettere che riportano le loro tradizioni (il Nuovo Testamento). Il contesto complessivo di 2 Tessalonicesi 2 fa riferimento agli eventi degli ultimi tempi, e non alla pratica ecclesiale in particolare. Eppure, il termine “tradizioni” (2:15) è al plurale: l’autore aveva in mente qualcosa di più della semplice tradizione relativa alla Seconda Venuta. Ciò non dovrebbe applicarsi, in via di principio, alle tradizioni sull’ordine ecclesiale, secondo il modello del Nuovo Testamento?

Stranamente, anziché “tradizioni”, la Nuova Riveduta traduce “insegnamenti”. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che una tradizione (parádosis, il termine in 2:15) può comprendere un insegnamento (didaskalía), e, in questo caso, il contesto immediato riguarda la tradizione orale degli apostoli relativa agli ultimi tempi (2 Ts 2:1-12). Tuttavia, la versione CEI riporta il termine “tradizioni”, che è anche una traduzione valida di parádosis. Bisogna tenere conto del valore dei vari passi sulle “tradizioni” come questo. Molti credenti pensano che sebbene le tradizioni apostoliche possano essere interessanti, seguirle non è mai comandato. Eppure, che cosa indica 2 Tessalonicesi 2:15? L’osservanza delle tradizioni apostoliche viene davvero comandata o semplicemente suggerita? È significativo che essa sia chiaramente comandata. E non sono solo gli insegnamenti apostolici che dobbiamo osservare, ma anche le tradizioni apostoliche (quelle rivelate esclusivamente nelle pagine della Scrittura). Dobbiamo seguire gli apostoli non solo nella loro teologia, ma anche nella loro pratica.

Un atteggiamento simile verso le tradizioni viene espresso in 2 Tessalonicesi 3:6-7a: “Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci […]”. Qui il contesto specifico fa riferimento al lavoro retribuito in contrapposizione all’ozio e alla pigrizia. Nel contesto, questa tradizione riguarda più una pratica che una dottrina. Gli apostoli volevano chiaramente che le chiese seguissero le loro tradizioni. Dovremmo limitare tali tradizioni bibliche da seguire solo all’escatologia e alle abitudini lavorative?

Roger Williams, fondatore del Rhode Island e della prima chiesa battista delle Americhe (nel XVII sec.), è un altro esempio di leader cristiano che credeva che le chiese dovrebbero sforzarsi di seguire quanto più strettamente possibile le forme ecclesiali e gli ordinamenti del Nuovo Testamento . Questa convinzione indusse Williams a fondare la colonia del Rhode Island sul modello neotestamentario di separazione fra stato e chiesa.

 

COERENZA

Quali conclusioni possono trarsi riguardo all’interesse di Dio che la vostra chiesa osservi i modelli neotestamentari per la pratica ecclesiale? A noi sembra che qualunque fosse la pratica ecclesiale normativa per tutte le chiese del Nuovo Testamento, questa dovrebbe essere la pratica normativa per le chiese di oggi. Forse tali modelli di pratica ecclesiale fanno parte di ciò che diede alla chiesa primitiva il dinamismo che manca da lungo tempo alla chiesa odierna.

Se la Bibbia comanda direttamente qualcosa, allora è ovvio che dovremmo eseguire quel comando. Sta di fatto che la Bibbia comanda di osservare le tradizioni degli apostoli (2 Ts 2:15). La vera domanda, perciò, non è: “Dobbiamo fare le cose nel modo in cui erano fatte nel Nuovo Testamento?”, quanto piuttosto: “Perché dovremmo voler fare le cose in qualunque altro modo?!”.

Quali sono alcune tradizioni apostoliche, palesi e bibliche, di pratica ecclesiale che dovrebbero essere ancora seguite dalla chiesa di oggi? (Nel leggere tutto questo, tenete a mente che esiste un consenso unanime in àmbito accademico, a prescindere dalle denominazioni, su come funzionava la chiesa primitiva).

  1. La Cena del Signore celebrata come un pasto complete di comunione (1 Cor 11:17-34), condiviso settimanalmente (At 20:7; 1 Cor 11:17-22), come motivo principale per cui riunirsi ogni settimana (At 20:7; 1 Cor 11:33).
  2. Gli incontri ecclesiali partecipati (1 Cor 14:26, 37; Eb 10:24-25), con la reciproca edificazione, il mutuo incoraggiamento e la comunione quali obiettivi dell’assemblea (At 2:42; 1 Cor 14:3-5, 12, 26; Eb 10:24-25).
  3. Il governo della chiesa basato sul consenso: le chiese guidate anziché comandate dagli anziani (Lc 22:24-27; 1 Pt 5:1-4). Inoltre, il consiglio degli anziani che dev’essere esclusivamente maschile, pluralistico, non gerarchico, formatosi all’interno della chiesa e la cui conduzione sia improntata al servizio (1Tm 3:1-7).
  4. Chiese della dimensione di una casa, ovvero congregazioni più piccole (Rm 16:5; Col 4:15; Fm 2), che sono una sola cosa nel modo di pensare con tutti gli altri credenti e le altre congregazioni. Non c’è nulla di magico in un incontro in casa in quanto tale; è ciò che si fa che importa, e lo si fa meglio in una chiesa più piccola. La norma neotestamentaria è di avere molte microchiese anziché poche megachiese.
  5. Incontrarsi regolarmente nel Giorno del Signore (Mt 28:1-7; At 20:7; 1 Cor 16:1-4; Ap 1:9-11), nel primo giorno della settimana, in onore della risurrezione di Gesù.
  6. I bambini presenti con i genitori nelle riunioni ecclesiali (Mt 19:13-15; Lc 2:41-50; At 21:5; Ef 6:1-3; Col 4:16). Pertanto, le chiese che rafforzano e uniscono le famiglie, non che le dividono ulteriormente.
  7. Una chiesa su base locale che possa sperimentare agevolmente la comunione quotidiana (At 2:42-47).
  8. La riproduzione della chiesa e la formazione mediante il ministero di operai ecclesiali itineranti come gli apostoli, i pastori-insegnanti o gli evangelisti (Ef 4:11-13). Tali ministri possono tenere benissimo grandi riunioni ministeriali che sostengano, ma non sostituiscano, le normali riunioni partecipate della chiesa locale.

Qui stiamo asserendo la necessità della coerenza. La maggior parte delle chiese segue già alcuni di questi modelli, ma non tutti. Ancora una volta ci chiediamo perché… Il succo della spiegazione dovrebbe riguardare coloro che deviano dal modello neotestamentario, non quanti desiderano seguirlo. Tale coerenza risulta particolarmente importante dal momento che gli apostoli si aspettavano chiaramente che tutte le chiese seguissero le loro tradizioni così come loro le avevano trasmesse (1 Cor 11:2).

 

I PERICOLI

La mancanza di vita. Per un ottimo funzionamento della vita ecclesiale, è di fondamentale importanza avere dapprima una vita interiore da far funzionare! Gesù è venuto affinché avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza (Gv 10:10). Una bottiglia da vino è pressoché inutile se non contiene del vino. Similmente, la pratica ecclesiale tecnicamente corretta senza il vino dello Spirito è un guscio vuoto. È legno secco, stagionato, tutto accatastato, ma senza che bruci. Gesù è la Vite, noi siamo i tralci. Senza Gesù non possiamo far nulla (Gv 15:5). È cosa folle prestare attenzione alla perfezione esteriore trascurando, contemporaneamente, quanto è vitale: il cammino quotidiano con il Signore Risorto. Gesù è la realtà; la pratica ecclesiale apostolica ne è l’applicazione.

Il libertinaggio. Una tentazione che riguarda chi possiede davvero la realtà interiore della vita in Gesù è di trattarne l’espressione esteriore come una questione di libertà. Avendo la cosa più importante (il vino), alcuni pensano di essere capaci di decidere autonomamente sulle questioni di minore importanza (la bottiglia da vino). Credono di avere la libertà dello Spirito di fare con la forma esteriore qualunque cosa essi vogliano. Essere limitati ai modi d’agire degli apostoli è considerato uno stupido scimmiottamento. Una volta che una persona è davvero incentrata su Cristo, è apparentemente libera di applicare le cose a modo suo. Tuttavia, nientemeno che un’autorità spirituale come quella di Gesù in persona avvertì che versare il vino nel contenitore sbagliato avrebbe potuto portare alla perdita del vino stesso (Mt 9:17). Ma davvero ne sappiamo di più degli apostoli su come organizzare le chiese? Consideriamo l’ammonizione che rivolse Paolo con specifico riferimento alla pratica ecclesiale: “Se qualcuno pensa di essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo sono comandamenti del Signore” (1 Cor 14:37).

Il legalismo. Esistono eccezioni giustificate nel seguire i modelli neotestamentari? Sì. Così come il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2:27), allo stesso modo le persone sono più importanti della rigida osservanza dei modelli neotestamentari. Nel precisare tali eccezioni, il pastore londinese Beresford Job rivolge questo monito: “Dobbiamo assicurarci di non permettere che le deviazioni dalla norma, a motivo di circostanze attenuanti, diventino la norma effettiva. Prendete, ad esempio, il battesimo in acqua. Benché la modalità effettiva di amministrarlo non sia mai comandata, sappiamo dal modo in cui lo praticava la chiesa primitiva (di nuovo la tradizione apostolica) che esso veniva amministrato per immersione alla conversione. (“Immersione” è anche il significato del termine stesso baptíz?). Affinché esso sia basato sul modello neotestamentario, il battesimo di una persona dovrebbe avvenire dopo la sua professione di fede mediante la piena immersione in acqua. Ma supponete che venga al Signore un quadriplegico costretto a letto. Il battesimo per immersione sarebbe chiaramente fuori questione. Escogitare un’altra modalità più appropriata di battezzare sarebbe probabilmente alquanto ammissibile. Sebbene tecnicamente non in linea con l’esempio della Scrittura, ciò vi sarebbe ancora totalmente sottomesso quanto all’intenzione e allo spirito. Eppure, nulla di quanto ho appena detto potrebbe mai applicarsi al battesimo di una persona di sana e robusta costituzione, giacché bisognerebbe impiegare la modalità normale affinché le cose siano fatte come vuole il Signore”.

Darryl Erkel, sostenitore del rinnovamento ecclesiale, ha fatto notare opportunamente il “pericolo di rendere i caratteristici modelli neotestamentari una forma di legalismo, in cui cominciamo a disprezzare o a prendere le distanze dai nostri fratelli nella fede perché essi non fanno le cose esattamente nel modo in cui noi pensiamo che vadano fatte. Dovremmo sempre stare attenti a non dare l’impressione agli altri che la loro chiesa sia falsa o che Dio non possa usarla perché essi non stanno seguendo rigorosamente i modelli apostolici, così come facciamo noi. Questo non è altro che orgoglio bell’e buono. Dall’altro canto, dovremmo ricercare delle opportunità per mostrare con rispetto e tatto che esiste un modo migliore — che contribuisce maggiormente alla crescita spirituale del popolo di Dio —, perché il funzionamento della chiesa neotestamentaria è adempiuto meglio mediante la forma neotestamentaria della chiesa!”.

Se la Bibbia tace su qualcosa — se non c’è né un commando né un modello da seguire —, allora abbiamo la libertà di fare qualunque cosa ci vada bene (seguendo la guida dello Spirito Santo). Con questo non stiamo proponendo un’ermeneutica negativa, ma solo sostenendo che se una pratica non si trova nella Bibbia, allora non possiamo seguirla. Piuttosto, noi promuoviamo un’ermeneutica normativa, sostenendo che dovremmo attenerci a quelle pratiche che erano chiaramente normative per la chiesa primitiva. Le questioni taciute sono questioni libere.

Il mondo romano è scomparso per sempre. C’è una grande differenza fra l’attenersi alla tradizione apostolica e il copiare irragionevolmente tutto quello che vediamo nel Nuovo Testamento (indossare sandali e toghe, scrivere su pergamena, studiare alla luce delle lampade a olio, ecc.). La chiave sta nel concentrarsi sulla pratica ecclesiale neotestamentaria. Dobbiamo anche stare attenti a non ricavare dei modelli da cose che, nel Nuovo Testamento, non lo sono. Ad esempio, la comunanza cristiana dei beni di Atti 4 fu un avvenimento unico nel tempo e che caratterizzò una singola chiesa. È un’opzione per i credenti di tutti tempi, ma né un commando né un modello scritturale.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

  • Dio dà direttive sia mediante i modelli biblici (la tradizione) sia attraverso i precetti scritturali (l’insegnamento).
  • I modelli per la pratica ecclesiale che si trovano nel Nuovo Testamento devono essere seguiti, in genere, dalla chiesa di tutti i tempi.
  • La tradizione apostolica (che si trova solo nella Bibbia) è perfettamente coerente con l’insegnamento apostolico.
  • Le tradizioni più importanti per la vita ecclesiale del Nuovo Testamento sono la celebrazione della Cena del Signore, consumata settimanalmente come pasto completo di comunione (1 Cor 11), le regolari riunioni ecclesiali (1 Cor 14), il governo della chiesa basato sul consenso (con un consiglio di anziani che guidano anziché comandare, Lc 22:24ss), e chiese della misura di un soggiorno (Rm 16:5).
  • Seguire i modelli neotestamentari non significa tentare ciecamente di ricreare la cultura romana (come indossare toghe, scrivere su pergamena, illuminare con lampade a olio, ecc.). Qui il problema è la pratica ecclesiale. Dovrebbero esistere ovvie ragioni dietro le pratiche che si stanno seguendo.
  • Seguire i modelli neotestamentari non significa che ogni chiesa sarà esattamente uguale. Certamente vi saranno delle somiglianze nei princìpi fondamentali (si veda sopra al quarto punto), ma ci sarà anche libertà entro i limiti della forma.
  • Le chiese in casa bibliche non sono affatto così orientate ai programmi o agli edifici come molte chiese convenzionali. Per questo motivo, alcuni ne hanno erroneamente dedotto che le chiese in casa siano disorganizzate. La fedeltà a nostro Signore e alla Sua Parola sono necessariamente i risultati di una chiesa che segue appieno il modello di Dio per la Sua chiesa. Forse le chiese in casa non sono istituzionali, ma devono essere organizzate. Seguire le tradizioni tramandate dagli apostoli significa che le chiese in casa devono avere delle guide stabilite, delle riunioni regolari e ordinate, una solida teologia, un’effettiva disciplina ecclesiale e la celebrazione settimanale della Cena del Signore.
  • Senza Cristo al centro delle cose, questi modelli diventano legalismo e morte, un vuoto formalismo, un guscio vuoto (Gv 15:5). Abbiamo bisogno dell’otre appropriato, ma la cosa più importante è che necessitiamo del vino. Hanno entrambi il proprio posto. Il problema nasce se si ha l’uno senza l’altro (Lc 5:36-38).

Ricordate la precedente citazione dei professori Fee e Stuart, secondo cui quanto viene semplicemente narrato o descritto non può mai fungere da norma? Nella seconda edizione del loro libro, essi hanno cambiato alquanto la loro affermazione che adesso recita: “A meno che la Scrittura non ci dica esplicitamente di fare qualcosa, quanto viene semplicemente narrato o descritto non può mai fungere da norma — a meno che possa essere dimostrato diversamente che l’autore intendesse farlo funzionare in questo modo” . Abbiamo cercato di dimostrare che gli apostoli volessero davvero che le chiese seguissero i modelli di ordine ecclesiale da loro tramandati.

Come mai la maggioranza dei conduttori ecclesiali non ha adottato la pratica della chiesa primitiva? Forse perché costoro hanno studiato i passi qui presentati e hanno respinto la nostra interpretazione? Nella nostra esperienza personale abbiamo visto che, in una facoltà teologica, si presta pochissima attenzione al ruolo che dovrebbero svolgere le tradizioni apostoliche. Abbiamo il sospetto che i pastori abbiano adottato semplicemente le tradizioni storiche ereditate dalle loro denominazioni. Molte chiese di oggi sono fermamente radicate nelle tradizioni ecclesiali e culturali sviluppatesi dopo la fine dell’èra apostolica. In tali casi, c’è il pericolo di annullare la tradizione ispirata degli apostoli per amore delle tradizioni più recenti (Mt 15:1-3).

Riecheggiamo il parere di Jim Elliot, missionario e martire, il quale scrisse: “Il perno della questione è se Dio, nel Nuovo Testamento, abbia rivelato o meno un modello universale per la chiesa. Se non lo ha fatto, allora va bene qualsiasi cosa finché funzioni. Ma sono convinto che una cosa così cara al cuore di Cristo come la Sua Sposa non sarebbe mai rimasta senza specifiche indicazioni sulla sua condotta corporativa. Inoltre, sono convinto che il XX sec. non abbia assolutamente riprodotto questo modello nel suo metodo di ‘chiesizzare’ una collettività […]. Se Dio ha un modello per la chiesa, è doveroso da parte mia scoprirlo e impiantarlo, a qualunque costo” .

 

— Steve Atkerson
24/05/’07

(trad. Antonio Morlino)
30/05/’07

(Per qualunque informazione, vi preghiamo di contattare direttamente il traduttore al seguente indirizzo: manthos74@yahoo.com).

 

 

NOTE

GORDON FEE – EOUGLAS STUART, How To Read The Bible For All Its Worth, Grand Rapids, Zondervan, 19821, p. 97.

J.L. DAGG, Manual of Theology: A Treatise on Church Order, Harrisonburg, Gano Books, 1990, pp. 84-86.

GORDON FEE, New The First Epistle to The Corinthians, in The International Commentary on the New Testament, Grand Rapids, Wm. B. Eerdmans Publishing Co., 1987, p. 499.

Ibid., p. 500.

WATCHMAN NEE, La normale vita di chiesa, Verlag, «Der Strom», 1997, pp. 8, 12.

EDWIN GAUSTAD, Liberty of Conscience: Roger Williams In America, Grand Rapids, Wm. B. Eerdmans Publishing Co., p. 106.

G. FEE – E TATUART, cit. (19822), p. 106.

ELIZABETH ELLIOT, Shadow of The Almighty: Life and Testimony of Jim Elliot, San Francisco, Harper & Row, 1989, pp. 138-139.